Mentre tornavamo da Mizen Head, dopo una giornata di esplorazione sotto le pioggia, abbiamo fatto come facciamo sempre: abbiamo impostato Google Maps e mi sono messo in strada fiducioso. Ma stavolta era l’inizio di un’avventura.
La giornata era piovosa fin dalla mattina, e nel tardo pomeriggio le cose non erano migliorate. Il cielo alternava momenti di pioggia a momenti di calma, ma le nuvole erano ovunque. Le strade in cui ci muovevamo andavano dal lungomare fino a salire sulle colline e sulle montagne irlandesi. Quando salivamo poteva capitare di entrare in banchi di nuvole molto basse e si vedeva molto poco.
Forse per questo non ci siamo accordi quando il navigatore ha deciso che aveva trovato una strada più rapida per farci arrivare a destinazione. A un certo punto, non so neanche quando, siamo usciti dalla strada che avevamo fatto all’andata: era larga, comoda, ben segnalata ma anche piena di curve e faceva un ampio giro.
Come dicevo, all’inizio non ci siamo accorti di nulla. La nuova strada era ancora buona, ogni tanto cadeva un po’ di pioggia, andavamo avanti tra le curve parlando della giornata passata e di tante altre cose. Lentamente abbiamo iniziato a salire di altitudine, e sono passato a guidare quasi solo in seconda e in terza. Il navigatore indicava di continuare così per diversi chilometri. Non mostrava incroci, o altre strade vicine, o punti di riferimento.
La strada continuava a salire e a restringersi, fino a che abbiamo iniziato a chiederci se ci eravamo infilati in un guaio. Purtroppo, a quel punto, era già troppo tardi. La strada era molto stretta, anche più della media irlandese. Eravamo saliti parecchio e non c’era modo di girarsi: il terreno scendeva rapidamente o c’erano fossati profondi o recinzioni robuste. Non avevamo idea di dove fossimo: tutto intorno c’era un muro di nebbia, eravamo in mezzo alle nuvole e vedevamo solo fino a una decina di metri intorno a noi.
Non restava che andare avanti. Lentamente, prudentemente, speranzosamente. La strada continuava a salire inesorabile e dritta, una lunghissima salita continua. Ad ogni metro temevamo di trovarci davanti qualcuno che veniva nella direzione opposta. Lo spazio era pochissimo e saremmo stati costretti a fare manovre assurde. Forse saremmo riusciti a gestire un’altra auto, ma poteva anche venire fuori un camioncino o anche un camion, che non si fanno problemi a lanciarsi in stradine davvero troppo strette per loro.
Procediamo circondati dalla nebbia, ci facciamo strada nel bianco cercando di rimanere dentro la sottile striscia di asfalto. Non abbiamo idea di cosa abbiamo intorno, quel poco che vediamo sono prati e pecore, nessun altro segno di umanità.
Finalmente, dopo un tempo interminabile, arriviamo alla cima e la strada inizia a scendere, ma non è la fine dell’ordalia. La strada in discesa è complicata tanto quanto la salita: si vede ancora pochissimo, è ancora strettissima, e ha anche diverse curve e discese dove la visibilità va del tutto a zero, e sembra che abbiamo davanti un muro bianco.
Non posso che pensare alle notizie dove le persone hanno seguito i consigli del navigatore fino a finire con l’auto in un fiume o giù per un dirupo. Siamo sempre pronti a riderci su, eppure ecco che siamo finiti nella stessa situazione.
Sono passati ormai 20-30 minuti da quando siamo entrati in questo mondo misterioso, ma sono provato dalla stanchezza e dalla tensione di guidare con la sensazione di essere sempre a un secondo dal disastro.
Continuiamo a scendere e a scendere e a un certo punto iniziamo a vedere alcune case ogni tanto. La nebbiolina si è leggermente diradata e adesso riesco a vedere un po’ più lontano. La strada si allarga un pochino, incrociamo anche altre auto ma riusciamo a gestirle senza grossi problemi. Ancora qualche chilometro e torniamo sulla strada principale, sfuggiti ad una inaspettata avventura.
