2 vagabondi in India
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Abbiamo passato i nostri ultimi giorni in India a Jaipur e dintorni. Era una delle prime città che abbiamo visitato, ma siamo tornati per fare un ritiro di meditazione Vipassana.
Mentre giravamo senza meta per la città, abbiamo avuto un altro dei nostri incontri fortuiti, che ci hanno fatto conoscere un’altra briciola di India.
Incontro casuale con un sarto indiano
Stiamo passeggiando per una delle strade principali del centro di Jaipur. Dritta, ampia, trafficatissima, e ormai anche molto calda.
Ogni tanto diamo un’occhiata alle mille stradine che si aprono ai lati. Una di queste è un vicoletto, che sembra assolutamente banale. Ma Alessia vede qualcosa: una botteguccia minuscola, una porta così piccola che dobbiamo abbassarci per guardare cosa c’è dentro.
E’ la bottega di un sarto! Alessia è subito conquistata da quello che vede: una vecchissima macchina da cucire, enormi forbici, e un signore che sta lavorando dietro a un banco, misurando la stoffa che ha davanti.
Stiamo per andare via, quando il signore alza gli occhi e vede Alessia. Subito saluta, e invita con la mano a entrare. Siamo in dubbio: che andiamo a fare? Ma è irremovibile nella sua gentilezza, e così entriamo.
Ci troviamo in uno stanzino grande circa 2×2 metri, con il soffitto così basso che non posso stare in piedi senza sfiorarlo. Lo spazio è quasi tutto occupato dagli strumenti di lavoro, ma ci fa sedere in due sgabelli di fortuna.
Ci fa qualche domanda per conoscerci, e quando Alessia gli dice che anche lei è sarta gli occhi gli si illuminano. Una sarta come lui? Allora di certo dobbiamo restare lì, così può insegnare ad Alessia un po’ della sua esperienza.
Lezioni private di sartoria indiana e di business
E così si è lanciato in una lezione a tutto campo sulla sartoria, sulle tecniche, su come trovare clienti. L’inglese molto approssimativo non era un problema, in qualche modo ci si capisce.
I dubbi di Alessia: la paura di sbagliare qualcosa, e di tagliare male la stoffa.
Nessun problema: “training”. Lui si è “completamente addestrato” prima di iniziare a lavorare. Ha guardato altri esperti, più e più volte, e piano piano ha imparato anche a fare. Formazione on the job, tutta pratica.
Se Alessia rimane lì con lui, può imparare anche lei, e se sta sbagliando qualcosa lui può correggerla.
Con l’esperienza, ecco che imparerà a tagliare con sicurezza e con velocità, senza paura e senza errori. E mentre parla ecco misura la stoffa, segna con il gesso, e poi taglia con grosse forbici.
Le forbici sono di alta qualità, fatte su misura per lui (è mancino). Le ha pagate molto ai tempi, ma le usa da più di 15 anni, e adesso costerebbero più di tre volte tanto. “Good quality”
E come trovare clienti? Non serve la pubblicità. Basta lavorare a testa bassa, lavorare e lavorare. Piano piano ti fai conoscere come “quello che fa le camice”, o “quello che fa quella certa cosa”. E la gente viene da te, e ti chiede. Il passaparola è il miglior strumento di marketing
Se lavori veloce e bene, il cliente è soddisfatto e poi torna ancora. E così cresci piano piano.
Certo, non è un lavoro senza sacrifici.
Lui lavora tutti i giorni, compreso il sabato e la domenica mattina. Inizio alle 8 o alle 9, e avanti fino alle 8 di sera. Perché “se cliente arriva tardi, non puoi mandarlo via”. Devi “fare business”.
L’importante lavorare in modalità “no stress”, fare le cose con calma e con precisione, nonostante il “pressing” per consegnare e la concorrenza. E infatti si prende le sue pause.
Beve il chai con noi, chiacchiera con i clienti e gli amici che mandano un saluto da fuori della porticina, ogni tanto va al mercato con la moglie a prendere questo o quello.
La storia del signor Mohan
Mentre misurava, tagliava, e insegnava ad Alessia, il nostro nuovo amico sarto ci ha raccontato anche un po’ della sua vita.
Si chiama Mohan, e fa quel lavoro da una vita. Ha iniziato a 20 anni, e sono più di 30 anni che fa quel lavoro. Adesso non fa neppure tutto il lavoro: lui “misura e taglia”, poi manda le strisce di stoffa ad altri artigiani, che fanno il lavoro di cucitura. Esternalizza la produzione a uno specialista in camice e kurta, uno specialista in pantaloni.
Ha un figlio e una figlia, entrambi che studiano all’università. La figlia studia informatica, o programmazione, o qualcosa del genere. Nessuno dei due aveva interesse per la sartoria e lui li lascia fare, al contrario di molti altri padri indiani.
Per ora è lui che deve provvedere a mantenere tutta la famiglia. La moglie, come la maggior parte delle donne indiane, è casalinga e non lavora. Ma non gli pesa, anzi così è felice perché sa che il suo lavoro serve alle persone che ama.
Ma tra qualche anno i figli saranno avviati nella loro carriera e lui potrà diminuire il lavoro. Non smettere, perché si lavora per tutta la vita o quasi (in India chi lavora come privato non ha la pensione), ma potrà vivere un po’ con i risparmi accumulati.
Intanto ci ha avvisato: tra qualche mese si trasferisce, quindi se torniamo non lo troveremo più lì! Ci ha scritto il nuovo indirizzo così potremo andare a trovarlo. Adesso il laboratorio è in uno stanzino, e vive in poche stanze nello stesso edificio, in un vicoletto nel centro di Jaipur. Ma la nuova casa è più grande, con un negozio più grande, in una bella zona della periferia.
Era molto orgoglioso di questa evoluzione. Sembrava la ricompensa di una vita di lavoro, in cui ha fatto molti sacrifici.
Ce ne andiamo solo dopo diverse ore, dopo aver fatto una promessa: quando torniamo in città, dobbiamo tornare a trovarlo.
Ritorno alla bottega del sarto
Dopo la nostra esperienza Vipassana siamo tornati a Jaipur e abbiamo cercato di mantenere la promessa. Siamo tornati alla bottega del nostro sarto preferito ma… non c’era.
Dentro la stanzetta c’era una ragazza giovane con gli occhiali. Ho pensato che poteva essere la figlia di cui ci abbiamo parlato. Si è girata a guardarci, e abbiamo provato a spiegare perché due europei erano finiti nella botteguccia di un sarto per indiani.
Ha guardato Alessia e ha detto: “Sì, mio padre mi ha parlato di te”. Alessia ovviamente è stata felicissima di aver fatto colpo sul sarto, tanto che ne ha anche parlato con la sua famiglia.
Siamo rimasti dentro il laboratorio ad aspettare il suo ritorno, e intanto abbiamo parlato con la figlia. Sta studiando “computer science”, e intanto cerca lavoro. Ma è difficile, perché le aziende cercano persone con esperienza, ma non può fare esperienza fino a che qualcuno non le da un’occasione, e in più per ogni lavoro c’è molta concorrenza. Sentirla parlare era come ascoltare noi una ventina di anni fa, quando avevamo le stesse difficoltà mentre facevamo i primi passi nel mondo del lavoro.
Poi è arrivato il nostro amico Mohan. Gli abbiamo anche portato dei dolcetti, per ringraziarlo delle lezioni gratuite per Alessia.
Era domenica mattina, quindi lavorava, ma meno del resto della settimana. Ha fatto un po’ di lavoro e di preparativi, sotto l’occhio attento di Alessia che guardava ogni mossa e ogni trucco.
E poi siamo rimasti a chiacchierare e a rilassarci insieme. Siccome ormai eravamo ospiti, e loro erano indiani, hanno iniziato ad offrirci da mangiare a non finire.
La figlia ha fatto un salto fuori e ha comprato dei kulfi per tutti. Sono dei gelati fatti con il latte e di vari gusti. Non li avevamo mai assaggiati in tutto il nostro tempo in India.
E poi lei e la madre hanno anche preparato delle parata, focacce piatte di patate, condite con altre verdure e spezie a piacere. Le abbiamo mangiate diverse volte, ma ognuno usa la ricetta che vuole, ed erano molto buone.
E poi abbiamo conosciuto anche la cognata di Mohan, che vive vicino a loro. E anche questa signora sorridente ci teneva a farci assaggiare uno dei suoi piatti, stranissimo e mai sentito nominare.
Noi arrivavamo da una colazione abbondante, che non sapevamo se avremmo fatto pranzo. Ci siamo dovuti ingozzare di cibo fino a scoppiare. Ma lasciando un po’ di cibo sul piatto, altrimenti l’ospite indiano lo prende come un invito a riempire ancora e ancora.
Addio al nuovo mentore di Alessia
Verso l’una ci siamo costrette ad alzarci e a ripartire con i nostri giri. Anche Mohan e la sua famiglia avevano diritto a passare un po’ di tempo in pace.
Grandi abbracci e grandi saluti con tutti loro. Ripartiamo con il loro nuovo indirizzo, e il numero di cellulare di tutta la famiglia (Mohan, la moglie, la figlia, il figlio), e un invito a visitarli nella loro nuova casa.
Chissà, magari tra qualche anno…
Il libro del nostro viaggio in India
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Avete finito bene il vostro soggiorno in India con le ultime esperienze che forse mancavano, adesso buon ritorno a casa però mi sembra che ormai siete diventati cittadini del mondo