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Dormire in un villaggio nel deserto

2 vagabondi in India

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Quando siamo andati nel deserto del Kutch ci siamo fermati a dormire in un villaggio nel deserto, o meglio nella zona semi-desertica prima del deserto vero e proprio. 

E’ stata una esperienza memorabile per tanti motivi, la maggior parte positivi. Ecco la storia di quella notte…

Il villaggio in mezzo al nulla

Siamo arrivati al villaggio già nel pomeriggio, così Alessia ha potuto fare un corso accelerato di ricami tradizionali del loro villaggio. Poi siamo ripartiti per il deserto.

Mentre Alessia era impegnata con ago e fili colorati mi sono fatto un giretto. Non ci ho messo molto tempo. In mezzo a una distesa di cespugli e alberelli rachitici, che riescono a crescere in una terra sabbiosa e arida, ecco un piccolo centro abitato. 

Venti, forse trenta edifici in tutto. Capanne di fango, con il tetto di paglia o di lamiera. Alcune tonde e carine, altre più lussuose, parallelepipedi di più stanze. Tanti recinti per le bestie, soprattutto per le capre.
Fuori dalla maggior parte delle capanne ci sono i bagni: delle latrine esterne, come nelle case di una volta nelle nostre campagne.

Il villaggio è animato da tutti gli abitanti, che ovviamente passano all’aperto la maggior parte della giornata. Si tratta soprattutto di signori e signore di una certa età, di tanti bambini, e delle donne. Gli uomini di solito sono fuori, o per badare alle bestie o per qualche lavoro più lontano.
Tutti se ne vanno in giro facendo lavoretti, chiacchierando, ciondolando un po’ su e giù. Alle persone si aggiungono le capre, i gatti, i cani.

Dormire in una capanna di fango: promessa mantenuta

Quando abbiamo organizzato la nostra esplorazione del Kutch con Kuldip, lui lo aveva scritto chiaramente: “notte in una capanna di fango nel deserto, sistemazione basica”. Ed è stato esattamente così, anche più di quanto pensavamo.

Siamo arrivati al villaggio che era già sera. Abbiamo mangiato una cena calda e abbondante accanto al fuoco di una cucina, e poi abbiamo visto dove avremmo dormito.

La nostra stanza è stata preparata in una capanna multiuso, piena di oggetti di tutti i tipi.
Le pareti erano fatte di fango, il pavimento era in terra battuta, e ovviamente non c’erano lussi come una presa di corrente, o una lampadina di qualunque tipo. Per fortuna avevamo la power bank, e la mini torcia da mettere in testa (grazie per il suggerimento, Fabio!).

Che altro dire? 

Da porta e finestre passavano degli spifferi niente male, una piacevole frescura nella torride notti estive, un viatico per la polmonite con temperature sotto i 10 gradi. 
I letti erano i letti tradizionali indiani, chiamati charpoy, una specie di brandina di strisce intrecciate. Facili da tirare su la mattina per fare spazio, sono molto diversi da un materasso europeo.
In compenso c’erano un sacco di coperte, potevamo scegliere da un mucchio alto circa 1 metro.

Una menzione speciale per il bagno. Ci hanno portato appena fuori dal villaggio e ci hanno indicato la distesa di sterpaglie che si estendeva nella notte, ed è stato tutto. 

Dormire nel deserto: meno romantico del previsto

Quando qualcuno dice “abbiamo passato una notte nel deserto” vengono in mente notti stellate, distese di dune di sabbia, magari un fuoco che scoppietta. La realtà è molto più prosaica.

Nessuno ti avvisa che nel deserto c’è polvere, polvere dappertutto. Anche dentro la nostra capanna si vedeva in controluce un milione di puntini sospesi. Bastava lasciare il cellulare appoggiato per qualche minuto, e lo riprendi con lo schermo che ha già uno strato di polvere come se non lo pulissi da un mese.

Un’altra cosa che scopri quando passi dall’immaginazione alla realtà è che la notte nel deserto è fredda, specialmente se ci vai in inverno. L’aria della capanna era fredda da battere i denti, avevamo addosso vari strati ma ci siamo infilati sotto le coperte appena possibile.

A proposito di coperte: quella notte abbiamo rimpianto i nostri sacchi letto, che erano rimasti in homestay. Diciamo che le coperte non erano proprio fresche di bucato, anche se erano ragionevolmente pulite.

La nostra sistemazione non era molto coibentata. Gli spifferi entravano da tutte le parti, e io in particolare ero tra la porta e la finestra, quindi avevo sempre una corrente d’aria addosso.

I letti erano i tradizionali letti indiani. Questo significa che:

  1. è abbastanza scomoda
  2. ti arriva il freddo anche da sotto, e ti tocca svegliarti nel cuore della notte, aggiungere coperte e avvolgerti tra gli strati, sopra e sotto

A proposito di sveglie nella notte, anche andare in bagno nel deserto può essere impegnativo. Vedere le stelle è bellissimo, la luna illumina il paesaggio con una luce spettrale, ma tremare mentre cerchi un posto appartato non è molto piacevole.

Insomma, anche dormire è stata una avventura. E non potevamo neanche lamentarci, pensando che noi eravamo lì solo per una notte, mentre il resto del villaggio era lì tutte le notti in condizioni simili.

La mattina in un villaggio del deserto

La notte è passata presto, perché la stanchezza ha avuto il sopravvento. E anche perché la notte finisce appena il sole inizia a fare capolino. Alessia si è alzata presto e io ho cercato di stare a letto un po’ di più e godermi il mio nuovo bozzolo di coperte, ma nei villaggi del deserto non funziona così.
Una signora particolarmente mattiniera e impegnata ha iniziato a entrare e uscire dalla capanna, prendendo questo e quello. Alla terza volta mi sono arreso e mi sono alzato anche io.

Ho trovato Alessia appena fuori che stava scrivendo il suo diario. Aveva intorno tre o quattro bambini che la guardavano intenti. Non credo che abbiano molte distrazioni o cose interessanti nella loro vita di tutti i giorni, se basta così poco per affascinarli.

Poi si è formato un piccolo capannello di ragazze e bambini. Ci siamo capiti a gesti, con poche parole di inglese, e tanta buona volontà. Come ci chiamiamo, come si chiamano, le varie relazioni parentali tra loro.

Una ragazza ha tirato fuori l’attrezzatura da cucito, visto che Alessia il giorno prima aveva lavorato con lei. Un’altra ha iniziato a disegnare sul diario di Alessia, a scrivere il suo nome e quelli della famiglia. Poi ha iniziato ad abbozzare design per henna, una cosa tira l’altra e… Alessia si è trovata con una mano tutta decorata. E’ ancora il miglior henna che le abbiano mai fatto in tutti i nostri viaggi.
E già che c’ero, anche io mi sono ritrovato con un disegnino sulla mano.

Poi ho fatto giocare un po’ i bambini con il cellulare. Non ne ho visti molti nel villaggio, ma sapevano usarlo, come testimonia questo scatto fatto da loro

Due o tre di loro si sono messi a sfogliare le mie foto. Erano affascinati come i nostri bambini davanti ai migliori cartoni animati. La vita del villaggio è tranquilla e naturale, ma non molto stimolante…

Alla fine ci siamo trovati al centro di un gruppetto animato e ridente, sempre diverso. Ogni tanto qualcuno si allontanava per qualche lavoretto, arrivava qualcun altro, anche alcune signore conosciute il giorno prima. Tutti scambiavano qualche parola o qualche gesto, e ci siamo ritrovati a far parte della loro comunità, anche se solo per qualche ora.

I difficili saluti ai nostri nuovi amici

Siamo rimasti il più possibile, ma alla fine è arrivato il momento di ripartire. Non è stato facile.
Abbiamo fatto i nostri saluti, un po’ tristi per la fine di questa esperienza. Alcuni bambini ci hanno accompagnato verso la macchina, fuori dal villaggio. Lì abbiamo ritrovato le nuove amiche di Alessia. 

Grandi abbracci, grandi sorrisi e grandi saluti. Solo che… gli abbracci non finivano più. Alessia si è trovata in un abbraccio di gruppo e non la volevano più lasciare andare. A gesti mi hanno fatto capire che io potevo anche andare avanti, lei sarebbe rimasta con loro.
Ci sono volute lunghe trattative, e anche una finta partenza senza di lei. Anche perché Alessia non era particolarmente entusiasta di partire. Fosse stato per lei sarebbe rimasta almeno qualche giorno in più…

L’ultima immagine mentale che abbiamo è questa: la macchina che se ne va in una nuvola di polvere, dietro di noi questo villaggio di colore indefinito, e davanti le ragazze, coloratissime, che ci guardano allontanarci e ci salutano.

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