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I bambini abbandonati di Vijayawada

2 vagabondi in India

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Quando siamo arrivati a Vijayawada per fare qualche giorno i volontari in una scuola indiana, sapevamo un po’ cosa aspettarci. Avevamo già visto altre scuole e altre realtà che aiutavano i ragazzi. Ai nostri occhi di occidentali sembrano condizioni di vita che non sono facili da immaginare, figuriamoci da vivere. 

In questi giorni abbiamo vissuto a fianco di questi ragazzi, che sono stati abbandonati dai genitori, o peggio. Non fanno una vita facile, ma non è certo la peggiore possibile. Ed è comunque molto, molto meglio della vita che vivevano prima.

La vita difficile dei bambini a Vijayawada

Come tutto il resto dell’India, anche il complesso dove vivono i ragazzi è costellato di spazzatura: a volte solo una confezione di plastica, a volte un cumulo di immondizia buttata in un angolo.
Ogni tanto puliscono un po’, più spesso spostano il problema un po’ più lontano e via così. D’altra parte continuano a buttare a terra senza pensarci le carte delle caramelle o delle confezioni di cibo, qualcosa a cui non mi abituerò mai…

I ragazzi mangiano in una mensa potenzialmente molto valida, se la vedi da lontano. Poi noti che metà dei ragazzi mangia per terra, e forse sono abituati così, perché i tavoli ci sono, ma vengono usati solo da alcuni. La cucina è grande e sembra attrezzata, ma poi non la usano. I pasti vengono cucinati fuori, su un fuoco alimentato con un po’ di tutto. Grandi pentoloni di riso, e altri grandi pentoloni di verdure, spezie, e altro. L’acqua dei pentoloni viene portata a mano con dei secchi, decine e decine di viaggi. Le verdure e il cibo vengono tagliati su superfici di fortuna, anche sul pavimento di cemento, tenendo fermo il tagliere con il piede. Uno dei volontari lavorava come cuoco, e dopo una breve visita non ha più avuto cuore di farsi vedere da quelle parti.

I ragazzi hanno delle divise scolastiche, magari un po’ lise ma pulite. Ci sono enormi lavatrici industriali in un capanno in un angolo del campus.
Il resto dei vestiti è più approssimativo. Ci sono camicie e pantaloni senza bottoni, magliette sformate e strappate, vestiti sbiaditi, e una generale scarsità di mutande utilizzabili. Una volontaria è arrivata con decine di mutande direttamente dall’Italia, saranno molto apprezzate.

Il complesso ha enormi spazi aperti, con un grande cortile dove hanno installato tanti giochi come altalene e altre strutture. Peccato che, a distanza di poco più di un anno, stanno già cedendo in alcuni punti: un paio di altalene sono già crollate, e altre hanno vari punti divorati dalla ruggine. In Italia avrebbero già chiuso tutto.

Ma ai ragazzi va bene così, loro si divertono e giocano con tutto quello che gli capita a tiro. Li abbiamo visti giocare con cose recuperate dalla spazzatura accumulata. Li abbiamo visti esaltatissimi quando abbiamo organizzato un tiro alla fune con una corda lunga venti metri: squadre di una ventina di ragazzini che urlavano, tiravano, ridevano. E ad ogni punto le grida di vittoria e le lamentele degli sconfitti arrivavano fino al paese vicino.

E posso continuare così per pagine e pagine.
Eppure, nonostante tutto, questi bambini sono tra quelli fortunati.

La “bella vita” dei bambini a Vijayawada

Appena fuori dalle mura del complesso ci sono delle tende costruite con dei paletti e dei pezzi di tessuto. Dentro ci abitano delle intere famiglie. Ci sono dei bambini che vivono in quelle tende, che non si possono neanche definire catapecchie. Vestiti di stracci, lavati con un secchio d’acqua ogni tanto, che mangiano avanzi cucinati su un fuoco fatto tanto di legna quanto di rifiuti di plastica…

In confronto a questo, gli aspetti negativi di cui ho parlato prima perdono di significato.
E non possiamo non parlare di tutti gli aspetti positivi della loro vita.

I dormitori in cui vivono ci possono sembrare dei posti decadenti e tristi, roba da orfanotrofio in un film per la TV. Ma sono comunque delle sistemazioni di gran lusso rispetto a come vivono centinaia di milioni di indiani. Una struttura di mattoni che protegge davvero dal sole e dalla pioggia, dei bagni funzionanti, spazio in abbondanza per tutti, una televisione in ogni dormitorio…

La mensa e la cucina non potrebbero mai funzionare in Italia, ma per gli standard indiani sono di livello medio-alto. Abbiamo mangiato in posti con situazioni igieniche più deprimenti. La dieta dei ragazzi più essere fatta per la maggior parte di riso, ma mangiano 3 volte al giorno, quindi solo per questo sono dei privilegiati.

E soprattutto i ragazzi ogni giorno attraversano la strada e vanno a scuola. Ogni giorno hanno la possibilità di passare ore ad imparare matematica, inglese e altre materie che danno loro delle possibilità che tanti ragazzi indiani possono solo immaginare.

Quasi tutti i ragazzi di Mau, di cui abbiamo parlato qui, non andavano a scuola. Imparavano solo quando andavano al centro di Satyam. 
E quando escono da scuola possono tornare e giocare, o fare i compiti. Non devono andare a lavorare sui campi come le ragazze di Lucknow, di cui abbiamo parlato qui

Insomma, sono più fortunati di tanti altri. Soprattutto, sono molto fortunati ad essere finiti lì, viste le situazioni che vivevano prima.

Le storie dei bambini sfortunati di Vijayawada

Mentre eravamo alla scuola ci hanno raccontato le storie di alcuni dei bambini che vedevano giocare sorridenti e felici. Questa è la parte di India che di solito noi non vediamo.

Perché questa grande struttura è stata costruita a Vijayawada? Uno dei motivi è che è una stazione ferroviaria dove passano molti treni. E perché è importante? Perché molti “genitori” caricano i loro bambini piccoli in treno, da soli, e il treno li porta fino a Vijayawada. E da lì quei bambini devono farcela da soli. Ci hanno indicato alcuni di loro, abbandonati come pacchi: avevano 5-6 anni…

E queste non sono neppure le storie peggiori.
Una bambina è stata portata al centro con le braccia completamente ingessate: il padre gliele aveva spezzate.
Un’altra bambina aveva dei segni di bruciature di sigarette sulla fronte e in altre parti del corpo, sempre opera del padre. E’ stata affidata al centro, ma a distanza di anni il padre ha chiesto che gli fosse restituita, e le autorità lo hanno fatto.
Un’altra bambina viene da una famiglia dove il padre è disoccupato e alcolizzato, e picchiava regolarmente i figli.
Lakshmi, la bambina che abbiamo adottato a distanza mentre eravamo lì, è arrivata con due dei suoi fratelli. Il padre ha venduto altri due fratelli prima che gli altri figli venissero affidati altrove.

Ma la cosa che mi ha più colpito è stata una storia che ho visto, non che mi è stata raccontata. E la storia è tutta in questa foto.

La bambina non avrà avuto più di 6-7 anni. Del gruppo dei “piccoli” è stata una tra le prime a venire ad abbracciarci e a giocare con noi, e ogni volta me la trovavo in braccio o vicina. Ogni volta che le vedevo le braccia sentivo un mix di sentimenti (verso di lei, verso chi le ha fatto questo) che non dimenticherò.

E così anche questa avventura ci ha insegnato tantissimo, abbiamo scoperto tante altre sfaccettature di quel mondo incredibile e profondissimo che è l’India. Degli aspetti magari non belli, magari non facili da digerire, ma che ci fanno sentire ancora una volta più fortunati di quello che abbiamo e di come siamo cresciuti.

Nel gioco della vita, noi abbiamo davvero giocato in modalità super facile.

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1 commento su “I bambini abbandonati di Vijayawada”

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