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Il suono della felicità

2 vagabondi in India

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Ci ho messo un po’ di tempo per elaborare la mia ultima esperienza di volontariato. Ho avuto bisogno di tempo per sedimentare tutte le emozioni che ho vissuto e anche per trovare il tempo per dedicarmi completamente a questi pensieri. Al campus mi era impossibile scrivere il blog, decisamente troppe cose (più) interessanti da fare e tanti bambini da coccolare.

Daddy’s Home

Mi sono immersa tra i bambini e le bambine di Daddy’s Home a Vijayawada, nell’Andhra Pradesh. Il campus è finanziato da Mummy & Daddy ODV, un’associazione italiana che si dedica alla beneficenza e alla solidarietà sociale verso i minori e le loro famiglie. Pian pianino sono entrata a far parte di questa realtà molto umana e delicata che cerca in tutti i modi, quotidianamente, di regalare un po’ di serenità ai bambini che ne hanno bisogno.

Per chi ci segue questo nome non è nuovo: nell’ultimo viaggio siamo stati qui circa 10 giorni. In questo viaggio in solitaria ho voluto tornarci; dovevo restare al massimo un mese ma ne sono rimasta quasi 2 e se non fosse stato per altre esperienze che mi ero “promessa” di fare durante il viaggio, non me ne sarei mai andata.

Nel campus ci sono circa 200 tra bambini/e e ragazzi/e, divisi nelle rispettive case in base al sesso e all’età. Qui si fa tutto: si dorme, si gioca, ci si lava, si studia… è la loro casa. Arrivano qui perché orfani o perché hanno delle situazioni familiari, economiche e sociali per le quali vengono allontanati dalle loro famiglie. La mamma single non riesce a mantenere i figli, il padre è alcolizzato, picchia i figli o tenta di venderli, i genitori vivono di elemosina…
Di fronte al campus c’è la loro scuola, dove ogni giorno i bambini dai 6 ai 14-15 anni si impegnano a studiare. I ragazzi più grandi che lo desiderano (e che possono) vanno al college, di solito nella città vicina.

Baby’s Home: i piccolini del campus

La Baby’s Home è la casa che accoglie i bambini da 0 ai 5/6 anni. Quando entri sei subito inondato da un gran frastuono di voci che urlano. E quando ti vedono vieni subito travolto da enormi abbracci, sorrisi e una canto continuo di “Mummy! mummy! mummy!“.

Ho avuto la possibilità (la gioia!) di passare quasi ogni mattina in loro compagnia.
Il piano per i più grandini era una bella passeggiata per il campus, un po’ di gioco all’aria aperta, ogni tanto un giretto a scuola, la merenda e poi tutti a fare il bagnetto. Ci sono stati anche momenti di gioco all’interno della casa, piccoli laboratori di inglese e di “arte”. E quando possibile passavo del tempo a coccolare i più piccolini, i neonati.
Quando al mattino arrivavo alla casa i più grandi erano già pronti, dovevano solo infilarsi le scarpe. Appena mi vedevano mi venivano incontro per abbracciarmi urlandomi “Hello mummy!”. Mi commuovo ancora a pensarci. Le mie mani venivano rapite dai più veloci. Almeno 3 bimbi per mano e via a passeggiare. Come tutti i bimbi, si divertivano sulle giostrine del campus, a giocare a nascondino o semplicemente ad arrampicarsi su dei sacchi di riso. Non scorderò ma le loro fragorose risate. Uno dei suoni più belli che esistano.

Ho giocato con loro, ho passeggiato, gli sono stata semplicemente accanto perché molto spesso hanno solo bisogno di affetto. Ho conosciuto anche alcune delle loro storie.
Non dirò nomi, ma ricordo bene appena arrivata la manina di un bimbo di appena 4 anni ustionata da un mestolo di ferro, opera della sua mamma. O lo sguardo spento di una bimba appena arrivata vittima di abusi sessuali da parte del padre. O ancora un bimbo di 5 mesi, trovato tra le immondizie, con i ditini dei piedi mangiate dai topolini. Un altro piccolino di un anno, molto molto magro, sempre per conto suo. Quando gli facevamo il bagnetto erano ben visibili escoriazioni e lividi. Ogni volta che sentivo una nuova brutta storia venivo presa da un senso di nausea, di rabbia e un disgusto totale verso quelle persone; avrei veramente voluto averli davanti a me e fargli del male. Non è da me, ma in questo caso per me non ci sono giustificazioni. Sono solo dei bambini.

Tutte queste sensazioni, per fortuna, venivano presto mitigate da loro, i bambini. Pian piano la ferita sulla mano è guarita e il piccolino ogni giorno me la mostrava orgoglioso e con un gran sorriso. La bimba con lo sguardo spento ha iniziato ad aprirsi, a giocare con gli altri bimbi e a cercare gli abbracci (un contatto fisico). Il bimbo di 5 mesi faceva sempre dei grandi sorrisoni e anche il piccolo di un anno pian piano ha iniziato a gattonare per la stanza cercando compagnia e finalmente sorridendo.
La loro forza è incredibile ed è stata (ed è) un esempio ogni giorno.

Dormire con le bambine della Lusiana Home

La Padova Home è la casa dedicata all’accoglienza, con gli uffici e le camere per i volontari. Ho però deciso di andare a dormire in Lusiana Home, una casa che accoglie le bambine dai 6 ai 12 anni circa. Volevo stare a contatto con loro e svegliarmi sapendo di essere già circondata dai loro sorrisi.

Come è andata? I momenti che più ho amato sono stati quelli mattutini in cui mi svegliavo “con loro”.
La mia cameretta privata era al pian terreno, mentre le loro camere al primo piano. Ogni mattina verso le 6 venivo svegliata da urla e schiamazzi che venivano da tutta la casa. Mentre io ero ancora sotto le lenzuola loro si stavano già facendo il bagno!
Mi alzavo con un po’ di fatica e lamenti, ma quando aprivo la porta i loro sorrisi e i loro “Hi Mummy!“mi riempivano il cuore.

Spesso iniziavamo la giornata con la ginnastica. Ci mettevamo più o meno in cerchio, senza scarpe e senza alcun indumento tecnico, solo una gran voglia di muoversi! Gli esercizi non saranno stati perfetti ma loro si divertivano tantissimo e io non potevo che partecipare e ammirare il loro entusiasmo. Erano così gasate che alla mia domanda “qualcuno vuole fare l’insegnante?” si è aperta una mini rissa su chi avrebbe preso in mano la situazione. Così per far contente tutte ogni giorno a rotazione una di loro diventava l’insegnante. Credo che sia stato uno dei momenti più vivi, che ricordo con molta dolcezza.

Dopo essersi preparate lo zaino e pettinate per bene, era il momento della colazione. Tutte in fila, ciascuna con il proprio piatto e bicchiere, per andare verso la Caffetteria (mensa).

Prima dell’inizio della scuola c’era ancora un po’ di tempo libero e lo trascorrevamo o a finire i compiti o ancora meglio (per loro) a cantare, ballare, colorare e disegnare. Quanto amano colorare! E anche a fare un sacco di giochi con le mani, con tanto di canzoncine!
Ogni volta che nel tardo pomeriggio rientravo in camera per prendere qualcosa, venivo circondata da visi sorridenti che mi chiedevano di ballare, di cantare, di fare qualche gioco. E ogni volta che mi sono fermata mi sono sempre divertita tantissimo.

Dormire (e vivere) in Lusiana Home mi ha dato la possibilità di vivere la quotidianità di queste splendide bimbe, fatta di orari da rispettare, scuola, compiti, cura della persona, giochi, balli. Ho avuto la possibilità di conoscerle una a una, di interagire con loro, di apprezzare i loro talenti e anche le loro difficoltà. Chi più vivace, chi più taciturna, chi molto affettuosa, chi giocherellona…
Mi sono sentita parte di una grande famiglia. Sono stata coccolata, amata, sommersa di abbracci, sorrisi.
Mi sono sentita a casa nonostante fossi lontana mille miglia dalla mia famiglia.

Chiacchiere e balli

Non ho una grande reputazione come ballerina. Amo molto la musica (rock) ma quando si tratta di muoversi credo che un tronco di legno sia più performante di me. Eppure un tardo pomeriggio mi sono ritrovata a saltare, sudare e “cantare” canzoni indiane insieme a ragazze/i scatenatissimi. E mi è pure piaciuto!
Gli indiani amano molto ballare ed i ragazzi del campus non sono da meno. La musica che hanno scelto era molto ritmata, decisamente non lenta. Si danza principalmente in cerchio o di fonte ad un ipotetico pubblico. Non ci si tocca, ognuno balla “da solo” e diciamo che più che ballare si trattava di saltare… ed il fiatone si è fatto sentire dopo poco tempo.

Il ballo lo hanno nel sangue, sia i più grandi ma anche i più piccolini, e molte altre volte mi è capitato di trovarmi coinvolta. E la cosa che mi ha stupita molto è come tengono ad imparare tutta la coreografia ed i passi relativi alla canzone. Guardavano il video e cercavano di memorizzare ogni passo e lo provano e riprovano. Io cercavo di seguirli ma con scarso successo!

Forse ero un po’ più brava con le chiacchiere! Stare al campus così tanto tempo mi ha dato la possibilità di avvicinarmi molto alle ragazze adolescenti, cosa che non ero riuscita a fare la prima volta. Ascoltare i loro racconti, i loro sogni, le loro preoccupazioni o semplicemente i loro pensieri è stata una forte emozione. E’ stato un segno di fiducia che mi ha emozionata tantissimo. Mi piaceva sedermi al mattino accanto ad alcune di loro, sentire cosa si raccontavano ed essere coinvolta nelle loro chiacchiere.

I/le ragazzi/e del campus: una botta di energia

Quando arrivi al campus vieni accolto da una moltitudine di “Hi Mummy!”. Come un’onda tutti ti si avvicinano salutandoti con i loro enormi sorrisi. Si, perchè questi bambini e ragazzi ne hanno passate tante e tutt’ora sono lontani dalle famiglie o privi di genitori. Ma nonostante tutto hanno questo sorriso istintivo che noi abbiamo perso o forse non lo abbiamo mai avuto.
La loro energia ed il loro entusiasmo sono contagiosi.

I più piccolini sono delle schegge che corrono ovunque, si arrampicano ovunque, si emozionano per un piccolo sticker di carta sulla mano. Nelle attività fatte insieme sono incontenibili, ma presi a piccoli gruppi sanno dare il meglio di sé nell’imparare e nel giocare insieme. Il loro bisogno di affetto è enorme, fanno quasi la lotta per avere una tua attenzione o tenerti per mano. I più grandi del gruppo aiutano, a loro modo, i più piccolini. Il caos ed il frastuono delle loro voci a volte ti stordisce ma ti fa anche sorridere perché è bello vedere dei bambini carichi di entusiasmo e voglia di vivere.

I più grandicelli non sono da meno! Con loro abbiamo fatto tante attività di pittura, ricamo, danze e
in tutte il loro entusiasmo era a mille. Temevo che le attività non potessero interessare, che potessero essere noiose, invece hanno sempre avuto il loro seguito. E non abbiamo mai obbligato nessuno a partecipare.

Che suono ha la felicità?

Non tutto è andato secondo i piani: ci sono stati problemi organizzativi, problemi legati al meteo e tanto altro. Anche la vita all’interno del campus non è sempre stata “perfetta”. Ci sono state situazioni problematiche da gestire che mi hanno messa alla prova, momenti e situazioni difficili da vivere e da lasciar andare.
Ma anche e forse soprattutto in questi momenti tutto veniva mitigato da loro: i bambini ed i ragazzi.

Molte persone a casa mi scrivevano che dalle foto mi vedevano radiosa e credo che avessero ragione. Perché nonostante la fatica, i problemi, l’assenza di ogni comodità io mi sentivo felice, mi sentivo a casa.
Ho intrapreso questo viaggio di 3 mesi in solitaria in India perché sentivo un richiamo forte verso questo paese e verso questi bambini. Dovevo partire perché avevo bisogno di ritrovarmi, e il loro amore incondizionato mi ha curata. Mi hanno insegnato a vivere il presente, a ritrovare l’entusiasmo e la gioia della quotidianità, ad essere forte anche quando si crede di non farcela, a vedere che una vita diversa è possibile e che l’amore non conosce confini.

Il suono della felicità sono le risate cristalline dei bambini, quelle che arrivano quando fai il solletico sulla pancia mentre fai il bagnetto, quelle che arrivano giocando a nascondino, o per un giro in altalena o per un nuovo giocattolo. Sono le risate per dei passi di danza non riusciti, per un pezzo di stoffa cucito al proprio vestito, per le pennellate di colore in viso…

Sono risate che mi hanno fatto capire chi sono, oltre le paure e i pensieri che complicano tutto.
E forse il suono della felicità è questo: lasciarsi cambiare da un bambino che ride.
Grazie bimbi/e! Alla prossima!

Se volete qualche informazione in più sul progetto Mummy&Daddy ODV o desiderate aiutare in qualche modo, trovate tutto nel sito: madaonlus.org

Il libro del nostro viaggio in India

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